C’è una stretta correlazione tra inquinamento indoor e la presenza di piante in casa: la comunità scientifica ha infatti dimostrato che le nostre “amiche verdi” hanno la capacità di assorbire gli inquinanti presenti nell’aria degli spazi chiusi, come le nostre case, gli uffici, le scuole, gli ospedali, ecc. I primi a rendersene conto furono gli scienziati della Nasa, che negli anni Sessanta stavano cercando un modo per ridurre la presenza di inquinanti all’interno delle astronavi e delle stazioni spaziali: luoghi dove non è possibile aprire le finestre per il ricambio dell’aria.

Quello che pochi sanno è che l’aria presente negli ambienti chiusi è molto più inquinata di quella all’esterno: un problema da non sottovalutare se consideriamo che trascorriamo circa l’80% del nostro tempo in ambienti indoor, cioè case, uffici, scuole, negozi, ecc. Una tendenza fra l’altro in aumento, a causa del progressivo abbandono delle campagne a favore delle grandi città.

Inquinamento indoor: di cosa si tratta?

L’inquinamento dell’aria è determinato da fattori inquinanti e contaminanti: i primi sono sostanze emesse dall’uomo (per esempio i fumi prodotti dalle industrie e dai mezzi di trasporto) mentre i secondi sono prodotti dalla natura (come l’eruzione dei vulcani o gli incendi causati da fulmini).

L’inquinamento indoor è determinato da una concausa di questi fattori. In parte quindi proviene dall’esterno, ma in larga parte viene generato dai nostri comportamenti e spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto. Si tratta dei fumi generati dalla combustione (cottura dei cibi, sigarette, camini, stufe a legna, ecc.) ma anche da sostanze volatili che rilasciate dai detersivi, dalle stampanti ma anche dai mobili o dalle pareti: adesivi, vernici e pitture contengono infatti dei solventi che vengono rilasciati lentamente nell’ambiente e che noi, inevitabilmente, respiriamo.

I contaminanti presenti negli ambienti chiusi sono chiamati Vocs (dall’inglese Volatile Organic Compounds), cioè composti organici volatili. L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) li ha elencati, sono: monossido di carbonio (CO), biossido di azoto (NO2), biossido di zolfo (SO2), formaldeide, benzene, toluene, etilbenzene, xilene (BTEX), idrocarburi aromatici policiclici (IPA), ozono (O3), particolato (Pm10 e Pm 2,5), fumo di tabacco, pesticidi e amianto.

Effetti degli inquinanti indoor sulla nostra salute: la sindrome dell’edificio malato

Già nel 1991, il Ministero dell’Ambiente italiano ha definito l’inquinamento indoor come “la presenza nell’aria degli ambienti confinati di contaminanti fisici, chimici e biologici non presenti naturalmente nell’aria esterna di sistemi ecologici di elevata qualità”. E nello stesso anno l’Environmental Protection Agency (Epa), l’agenzia Usa per la protezione dell’ambiente, definiva per la prima volta la Sick Building Syndrome (Sbs), ovvero la Sindrome dell’edificio malato: “La definizione Sick Building Syndrome (SBS) viene utilizzata per descrivere dei disturbi di salute riscontrati negli abitanti di taluni edifici. Non essendo riscontrabili malattie specifiche nei pazienti, tali disturbi appaiono collegati alla salubrità e al comfort degli edifici in questione”. Uno studio stimolato da un rapporto del 1984 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel quale si rilevava che il 30% degli edifici nuovi o ristrutturati aveva una pessima qualità dell’aria interna (Indoor Air Quality), tanto da poter essere oggetto di denuncia da parte degli occupanti.

Ma quali sono gli effetti della SBS sulla nostra salute? Studi più moderni hanno dimostrato che può colpire: il sistema nervoso centrale (mal di testa, affaticamento, difficoltà di concentrazione, letargia, ridotta capacità cognitiva, malumore, irritabilità), il sistema delle mucose (prurito e infiammazione agli occhi, naso e gola), il sistema respiratorio (oppressione al petto, sintomi simili all’asma, percezione di odori sgradevoli), l’epidermide (irritazione e prurito, dermatite atopica, eczema) e il sistema gastrointestinale. Più in generale, un’eccessiva esposizione a inquinamento indoor può determinare: danni a livello cellulare, alterazione di processi biochimici e metabolici, danni al Dna e mutazioni, intossicazioni acute, infezioni delle vie aeree, malattie cardiovascolari, malattie respiratorie e asma cronica, allergie e neoplasie.

Per esempio, gli idrocarburi alogenati e il benzene provocano necrosi delle cellule epatiche. I bifenili polialogenati causano il “fegato grasso” cioè l’accumulo di grassi nelle cellule, i gas irritanti (come la formaldeide o il toluene) distruggono la mucosa nasale e stimola la produzione di muco nei bronchi, così come le sostanze ossidanti danneggiano le membrane cellulari, inducono fibrosi polmonare e impediscono gli scambi di ossigeno. I termini chimici sembrano lontani dalla nostra quotidianità, invece si tratta di additivi presenti nelle vernici, negli adesivi, nei sigillanti, nei tessuti, nei disinfettanti, nei detergenti per la pulizia della casa e nelle sostanze che usiamo per cucinare o riscaldarci.

Gli studi hanno inoltre dimostrato che sono maggiormente colpite le persone più fragili, come i bambini, gli anziani e gli immunodepressi.

Inquinamento indoor: perché le piante d’appartamento sono una soluzione

Per ridurre la presenza di inquinanti indoor possiamo ricorrere a due soluzioni: meccaniche, cioè ventole aspiranti, oppure biologiche, cioè le piante d’appartamento.

Dopo la prima intuizione della Nasa, sono stati realizzati numerosi studi scientifici che hanno dimostrato che piante svolgono nei confronti di Vocs un ruolo del tutto simile al nostro fegato: cioè catturano, modificano e distruggono gli inquinanti. In particole assorbono le sostanze dannoso dall’atmosfera e dal suolo, per poi metabolizzarli e trasformarli in sostanze nutritivi, oppure vengono coniugati con altri elementi e “sequestrati” (per esempio nella lignina del tronco della pianta) in modo renderli innocui.

L’uso delle piante per combattere i gas tossici non deve stupire: vi ricordiamo che i vegetali esistono sulla terra da più di 500 milioni di anni (gli uomini “solo” da 2) e sono sopravvissute a tutti i disastri naturali che nella storia del mondo hanno spazzato via le specie animali (pensiamo ai dinosauri), riuscendo a sopravvivere anche in condizioni atmosferiche estreme e tanto inquinate da non permettere lo sviluppo di altre forme di vita. Il fenomeno del riscaldamento globale che stiamo vivendo in questi anni e che rischia di portare all’estinzione del genere umano, non fa paura alle piante: loro sicuramente sopravviveranno.

Come agiscono le piante

Le piante d’appartamento possono imprigionare gli inquinanti sia attraverso le radici, trasportati dall’acqua, sia attraverso il fogliame. Le foglie sono infatti dotate di piccoli pori (stomi) che servono alle piante per la respirazione: quando la pianta apre gli stomi per inspirare ossigeno assorbe anche le particelle inquinanti che si depositano sulla superficie fogliare. Dopo averle assorbite con gli stomi le piante le intrappolano, immagazzinandole nelle pareti delle cellule o nei tricomi, piccole formazioni microscopiche che si formano sulle foglie utilizzate dalle piante proprio per immagazzinare le sostanze tossiche.

Non tutte le piante hanno prestazioni uguali e perciò sono state studiate le varie specie per identificare le più efficaci nei confronti delle principali sostanze che provocano l’inquinamento indoor.

In questo video il professor Nelson Marmiroli, professore emerito di Scienze Chimiche della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell’Università di Parma e direttore del Consorzio Interuniversitario Scienze Ambientali (Cinsa), un luminare non solo in Italia su questi temi, spiega in sintesi in che modo le piante ci vengono in aiuto.

L’impegno di Promogiardinaggio

Da più di dieci anni Promogiardinaggio è impegnata nella diffusione di queste tematiche, spesso dimenticate o sottaciute dagli organi di informazione. Tanto che ancora oggi sono pochi gli italiani a conoscenza dei rischi dell’inquinamento indoor e della SBS.

Il 23 marzo 2010 abbiamo organizzato il convegno “Verde e Ambiente: un binomio di ampio respiro” al quale hanno partecipato i più scienziati in materia: il professor Nelson Marmiroli dell’Università di Parma, ma anche Francesca Rapparini dell’Istituto di Biometeorlogia del Cnr di Bologna, il compianto professor Giorgio Celli dell’Università di Bologna e l’architetto Paolo De Martin di Casa Clima (clicca qui per leggere la notizia e vedere tutte le video-interviste).

Promogiardinaggio ha poi co-finanziato l’organizzazione della 7a Conferenza Internazionale di Fitotecnologie, organizzata da International Phytotechnology Society e tenutasi dal 26 al 29 settembre 2010 a Parma (clicca qui per leggere la notizia).

L’8 febbraio 2016 siamo riusciti a parlare di inquinamento indoor e uso consapevole delle piante d’appartamento anche al TG5. http://promogiardinaggio.org/le-piante-depurano-laria-ne-parliamo-al-tg-5/

Per sensibilizzare i mass media, il 30 ottobre 2019 Promogiardinaggio e il Consolato Generale dei Paesi Bassi hanno organizzato una conferenza stampa, intitolata “Uffici verdi: i benefici delle piante da interno”, alla quale hanno partecipato come relatori scientifici Marco van Leeuwen di Airsopure e il professor Nelson Marmiroli.

Abbiamo inoltre realizzato una serie di poster e dépliant, utilizzati e distribuiti gratuitamente nei migliori garden center italiani, per promuovere la conoscenza di queste tematiche e suggerire le piante più adatte e le loro caratteristiche “depurative”.

Clicca qui per scaricare il depliant dedicato alle piante amiche dell’aria!

Sfatiamo una leggenda metropolitana!

Siamo sicuri che avrete sentito dire che le piante d’appartamento non si tengono in camera da letto perché “rubano” l’ossigeno. Ebbene, da un punto di vista scientifico, è una sciocchezza: una vera e propria leggenda metropolitana.

Come abbiamo visto, è vero il contrario: per ridurre gli inquinanti indoor dovremmo tenere una pianta d’appartamento ogni circa 10 mq, stanze da letto comprese. Se è vero che durante la notte le piante assorbono ossigeno e rilasciano anidride carbonica (CO2), è infatti altrettanto vero che durante le ore di luce, grazie alla fotosintesi, tutte le piante producono grandi quantità di ossigeno: il bilancio è sicuramente a vantaggio di quest’ultimo!

Senza contare che la produzione di CO2 provocata dalla respirazione delle piante è davvero minima: sicuramente inferiore a quella prodotta da un gatto o da un cane, che fra l’altro continuano a produrre anidride carbonica anche durante le ore diurne, poiché non sanno cosa sia la fotosintesi!

Le foto e le tabelle pubblicate in questo articolo sono tratte dalla relazione del Professor Nelson Marmiroli presentata in occasione della conferenza stampa del 30 ottobre 2019.